Ventanni, sette dischi, una forte vena ambientalista che solca le loro canzoni, il profondo amore per la loro terra natale del British Columbia che pervade ogni nota della loro musica: The Fugitives sono un quartetto che fonde passioni diverse che si uniscono celebrando un suono che li avvicina spesso ai Nickel Creek e a tutti coloro che si sono posti in bilico tra folk, country e quelle tentazioni ‘indie’ così sagacemente proposte. Adrian Glynn, Brendan McLeod, Carly Drey e Christopher Suen sono i protagonisti di una delle migliori realtà acustiche in Canada, conquistando la critica e il pubblico grazie ad una costante presenza nei più celebrati festival e nei club sparsi per la nazione. “The Fugitives”, il loro nuovo lavoro omonimo, segna un ulteriore ottimo capitolo della loro carriera, tra armonizzazioni vocali decisamente curate e un grande talento nell’incrociare strumenti acustici come chitarre, banjo, violino e balalaika. Il paesaggio canadese è spesso evocato nella sua accezione più poetica e meravigliosa come nell’introduttiva “Wolf Road”, subito incisiva, nella pacata ed intensa “River Hymn” con un suggestivo lavorio di banjo che sorregge una melodia decisamente tradizionale, in una “Cafè Deux” caratterizzata da una vena più pop-rock seppur ancora con connotati acustici, sconfinando poi verso le grandi pianure del Saskatchewan con “Under The Ice”.  Non mancano altri momenti da rimarcare come valore aggiunto alle canzoni, interamente composte dalla coppia Adrian Glynn e Brendan McLeod, con su tutto la trascinante “Firefight” ed il suo costante crescendo vocale e strumentale, la corale “Young Enough”, “Reckoning” che rimanda alla lezione dei grandi Rankin Family, tra le più suggestive compagini della scena roots canadese e “Glastonbury”, orgogliosa e fiera con lo stesso dna di band come i celebrati Lumineers. Un’altra bella storia dal profondo nord.

Remo Ricaldone