Ormai sono parecchi dieci anni che Michael McDermott ha ripreso in mano la propria carriera e la propria vita dopo un lungo e sofferto periodo in cui le dipendenze avevano messo a repentaglio una carriera iniziata nel migliore dei modi. Era infatti il 1991 quando Michael McDermott debuttava con un vero capolavoro, quel “620 W. Surf” che rimane una delle cose più fresche, potenti e poetiche di quell’incrocio tra rock e canzone d’autore pubblicate negli ultimi decenni. Il musicista cresciuto nei clubs di Chicago l’aveva portato a termine ispirandosi al Dylan della svolta elettrica e allo Springsteen più romanticamente legato ad ambienti urbano magistralmente narrati nei suoi dischi. Negli ultimi anni Micheal McDermott si è accontentato di prodursi in proprio i suoi dischi, mantenendo comunque sempre quel senso di introspezione e quella forza espressiva che grazie ad interpretazioni spesso tormentate ma con un’inusitata speranza e voglia di lottare sono un po’ il suo marchio di fabbrica. E  non sfugge a questa regola non scritta il suo nuovo album intitolato “Flowers From The Graveyard”, undici sensibili quadretti in cui si passa con disinvoltura dal più robusto ‘blue collar’ rock a ballate in cui il nostro getta il cuore oltre l’ostacolo come chiunque abbia seguito uno dei suoi concerti può tranquillamente testimoniare. Una produzione che si inserisce con coerenza in un percorso ormai segnato da una grande regolarità e un’ispirazione resa ancora più solida dal matrimonio con Heather Lynne Horton, ottima cantautrice e sicuramente depositaria di una capacità creativa che deve aver pesato nelle più recenti uscite discografiche di Michael McDermott. “The Best We Get” apre nella maniera più trascinante tra il Mellencamp più classico e gli Stones con le chitarre di Will Kimbrough e di Grant Tye che si incrociano senza sosta mentre non molla la presa la successiva “Always A Ways Away”, più ‘morbida’ ma che conferma lo stato di forma compositiva di Mr. McDermott in un altro momento decisamente piacevole. Accanto all’amore per melodie che risultano godibili e fresche ci sono brani in cui vengono affrontati temi più profondi in cui emergono tutte le paure, i timori e una certa dose di analisi personale come nella pianistica “Nobody” (“I’m just a nobody, nobody knows”) che cresce nel corso del brano con un’intensità notevole oppure nella altrettanto bella “But For The Little Moments” la cui melodia vede lo splendido lavoro delle tastiere di John Deaderick. Su questo dualismo si regge tutto l’album e preme segnalare il piccolo capolavoro di equilibrio e di arte poetica di “Johnny Sparrow And The Sunset Girl” dove si incontrano il citato Springsteen ma anche Elliott Murphy e Willie Nile, “Old Feelings” al cui interno convivono le varie anime del musicista di Chicago, l’altro sapido quadretto urbano di “The Lords Of Lincoln Park” e “Ain’t Life Beautiful”, sorta di ninnananna pregna di speranza e sogni. Disco e musicista che rappresentano nel migliore dei modi la scena americana tra rock e poesia.

Remo Ricaldone