Un ‘musician’s musician’ è un artista apprezzato tantissimo dai suoi colleghi per qualità che spesso non sono pienamente considerate dalla massa ma che lo rendono figura di basilare importanza. Ecco, Marty Cooper rientra a pieno titolo in questa categoria e questo suo nuovo album intitolato “American Portraits” fotografa alla perfezione una carriera lunga e rilevante, dai giorni passati nella nativa Denver dove viene introdotto alla musica dal padre che gli fece ascoltare folk, country music, spiritual, cowboy songs e buona parte del retaggio sonoro americano, alla scena di Los Angeles dove Marty Cooper si trasferì ancora adolescente iniziando a scrivere e a farsi conoscere grazie ad una penna lucida ed incisiva che toccava i temi universali della società. Gli anni del folk revival lo videro frequentare gli ambienti più impegnati e nel corso delle successive decadi le canzoni del nostro sono state interpretate da nomi come Kingston Trio, Burl Ives, Stevie Wonder, Jennifer Warnes, Donna Fargo e moltissimi altri. Ora “American Portraits”, progetto al quale Marty Cooper ha lavorato nel corso degli ultimi anni, condensa la sua visione umana ed artistica, mette un po’ in ordine un amplissimo repertorio che viene riletto con grande trasporto ed intensità in un viaggio in un’America che in gran parte non c’è più ma che è ancora grande fonte di ispirazione. Nostalgia, forza espressiva, amore per le proprie radici sono punti fissi di questo lungo ed articolato percorso diviso in tre parti, tre ‘gallerie’ che prendono il titolo di ‘Classic Portraits’, ‘A World In Motion’ e ‘A 60’s Farewell’. Ventidue canzoni che iniziano con il tributo ad una delle firme classiche della musica americana come Stephen Foster in “Stephen”, celebrando gli ‘homeless’ nella poetica “Their Roof Is The Sky”, sottolineando il suo essere contro la guerra in “Little Play Soldiers” e “One More Time, Billy Brown”, ricordando con accorata nostalgia l’amore per i treni in “The Burlington Zephyr”, tra le cose più belle del disco, per il baseball in “The Ball Player” e per i film western in “The Oklahoma Wrangler”. Ci sono poi le personali riletture di brani portati al successo da altri musicisti come la trascinante “A Little Bit Country, A Little Bit Rock And Roll” negli anni settanta hit per gli Osmonds, “You Can’t Be A Beacon (If Your Light Don’t Shine)” successone per Donna Fargo o “Cowboys And Daddies” che raggiunse gli apici delle classifiche nella versione di Bobby Bare. Un viaggio come detto lungo ma ricco di sorprese per  un approccio melodicamente rilevante, inevitabilmente ‘old fashioned’ ma ancora fortemente ispirato.  ( Remo Ricaldone )