JOE ELY

9 febbraio 1947, Amarillo, Texas – 15 dicembre 2025, Taos, New Mexico

Dare l’addio a figure che hanno fatto la storia della nostra musica è sempre più che doloroso ma quello che hanno lasciato in eredità, a noi ascoltatori e ai giovani musicisti che si apprestano ad intraprendere carriere all’insegna dei suoni roots, è di inestimabile valore. E’ il caso di Earle R. Ely, conosciuto ed amato con il nome di Joe Ely, il cui percorso è stato segnato, sin dagli esordi, dal profondo legame con la propria terra texana, quel West Texas dal quale non si staccò mai pur portando la propria musica in giro per il mondo con immutato entusiasmo e forza poetica. Joe Ely non si è mai risparmiato, collezionando esperienze di straordinaria qualità anche se a volte con anni di ritardo come nel caso dell’avventura con i Flatlanders nei primi anni settanta. Con Jimmie Dale Gilmore e Butch Hancock quella band portò a compimento la più pura narrazione country e folk e solo anni dopo fu apprezzata grazie alla sensibilità di etichette indipendenti che fecero emergere brani poi diventati veri classici della musica americana. L’immaginario del border, gli echi di un’epopea western mai sopita o dimenticata da quelle parti, la country music nella sua essenza più autentica ma anche fascinazioni rock’n’roll (con l’amore per un altro texano come Buddy Holly  in primis) che gli diedero lustro tra gli appassionati di rock per collaborazioni live e in studio con i Clash e Bruce Springsteen tra gli altri sono stati una costante in una carriera durata almeno cinque decadi, con una qualità sempre alta che spesso ha assurto livelli di vera eccellenza. Nella sua discografia gli episodi live non fanno che ribadire quale fosse l’impatto con il proprio pubblico, sia in infuocati concerti dove per anni si è distinta la chitarra del grande David Grissom, sia quando la scelta cadeva su esibizioni acustiche dove Joel Guzman e la sua magica fisarmonica o il fenomenale chitarrista flamenco Teye erano i riferimenti legati a storie sviluppate e narrate tra realismo e mito. Quello lasciato in eredità è un patrimonio di album che hanno lasciato il segno e riflettono una personalità di grande empatia, di sconfinato amore per passioni anche letterarie che hanno trovato ampio spazio nei testi delle sue canzoni contraddistinte sempre dalla voglia di condividere il proprio vissuto. In un arco temporale così ampio non è facile segnare qualche momento in particolare, ognuno di coloro che lo hanno conosciuto portano nel cuore momenti con cui sono cresciuti e chi scrive non può non sottolineare la purezza di un disco come “Honky Tonk Masquerade” del 1978 oppure le magiche atmosfere di “Letter To Laredo” del 1995 dove si materializzava un periodo di forma strepitoso. I consigliatissimi e già citati album dal vivo sono tutti egualmente da citare, così come, negli ultimi anni quando malattie degenerative sempre più gravi negavano la possibilità di tornare in studio o esibirsi on stage, sono altamente godibili gli ultimi lavori in cui si ripescavano registrazioni rimaste nei cassetti. “The Lubbock Tapes: Full Circle”, “Driven To Drive” e “Love And Freedom” mostrano chiaramente una classe innata, facendoci ancora di più intristire per aver perso una delle figure guida quando si parla di commistioni tra country music e rock. (Remo Ricaldone)