SON OF THE VELVET RAT “Dorado”

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Tra i tanti innamorati d’America che popolano il nostro continente, l’austriaco Georg Altziebler è uno dei più profondi ed intensi autori che hanno trovato spazio nella loro (e nostra) ‘Terra dei Sogni’. Da alcuni anni vive stabilmente con la moglie (e ottima partner musicale) Heike Binder nella zona dello Joshua Tree, tra le estreme e un po’ impersonali propaggini metropolitane di Los Angeles e la bellezza maestosa del deserto del Mojave, assorbendo e trasponendo nella propria musica tutta la forza espressiva delle sue radici country-folk in un percorso sonoro fatto di inflessioni ‘noir’ e fortemente cinematografiche al pari di Calexico, Tom Waits, Mark Knopfler, Bob Dylan e Leonard Cohen. Con una corposa discografia all’attivo e un ‘nome d’arte’ curioso come Son Of The Velvet Rat, Georg e Heike hanno trovato una spalla solida ed esperta nella produzione di Joe Henry, uno che certamente non si sbilancia se non crede fermamente in un progetto, firmando un lavoro affascinante intitolato “Dorado”. Il suono è desertico, ispirato, poetico, ruvido. Le canzoni giocano sulle emozioni agrodolci e su arrangiamenti da cui spiccano le straordinarie percussioni di Jay Bellerose, a mio parere uno dei batteristi migliori in circolazione in questi anni, la chitarra elettrica di Adam Levy sempre pronta a disegnare melodie importanti e una serie di ospiti di rilievo come Victoria Williams (a casa da quelle parti) voce nella intrigante “Blood Red Shoes”, Bob Furgo il cui violino arricchisce le melodie dell’introduttiva “Carry On” e della misteriosa “Shadow Song” e i fiati della coppia Scott Kisinger (trombone) e Kelly Corbin (clarinetto) che rafforzano la già bella “Copper Hill”. A guidare il tutto c’è naturalmente la voce di Georg Altziebler, scarna ma sempre espressiva, e le sue chitarre, armonica e percussioni in un crescendo che non lascia dubbi sulla qualità della proposta. Originale pur facendo tesoro della lezione dei tanti nomi citati, a cui possiamo aggiungere due personaggi tanto diversi ma le cui musicalità non faticano a convivere nel musicista austriaco come Townes van Zandt e Lou Reed. Un disco da ascoltare facendosi trasportare in un viaggio attraente e godibile.(Remo Ricaldone)

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