PLANET BOOKS #9 “Manhattan Folk Story” Di Dave Van Ronk e Elijah Wald (Rizzoli, 2014)

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Da questo libro i fratelli Coen hanno tratto ispirazione per il loro bel film intitolato “A Proposito Di Davis” (negli States “Inside Llewyn Davis”) in cui raccontavano la New York di fine anni cinquanta in cui ci si preparava alla grande rinascita delle tradizioni folk americane, in un’America in cui le ombre della caccia alle streghe del senatore McCarthy e della guerra fredda sempre più incombente non impediva a questi fermenti artistici di crescere e proliferare. La storia di “Manhattan Folk Story” è quella raccontata da uno dei protagonisti assoluti di quell’era, seppur meno considerato rispetto a molti suoi colleghi, il grande blues e folk singer Dave Van Ronk, “il re del Greenwich Village, il signore indiscusso” con le parole di Bob Dylan. Nei locali del Village si scrissero pagine indimenticabili, sicuramente archetipiche nel trattare le tante sfaccettature della tradizione, dalle ballate e dalle danze anglo-scoto-irlandesi al blues del Delta, dai sapori western alle folk songs di protesta e di impegno sociale, in un crescendo che propose nomi basilari della musica americana come il citato Bob Dylan, Tom Paxton, Eric Andersen, Phil Ochs, Peter, Paul & Mary, Odetta, Joan Baez e tantissimi altri. Aneddoti divertenti e quasi incredibili, personali e storici arricchiscono le pagine di questo libro rendendolo comunque scorrevole e piacevole nella lettura, assaporando e rivivendo quegli anni e magari (se ve lo siete perso) cogliendo l’occasione per rivedere il film, a mio parere ottimo e con una colonna sonora di grande pregio. Dave Van Ronk ci ha lasciati ormai da parecchio (era il 2002) ma la sua figura merita di essere conosciuta e rivalutata per il peso specifico di una proposta ampia e profonda, con interpretazioni particolarissime grazie ad una voce rauca e sibilante a causa di problemi di salute imprtanti ma proprio per questo originale ed autentica. E mi piace citare quello che Tom Waits disse di lui: “Faccia da mastino, piglio da manovale: è Van Ronk, bluesman. Che l’ululato della sua voce possa risuonare a lungo”. (Remo Ricaldone)

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BOB CHEEVERS “Fifty Years – A Semi-Century Of Songwriting”

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Ci sono tantissimi ‘segreti ben custoditi’ nel panorama musicale americano, musicisti che da anni propongono canzoni di rilievo in una carriera che per molti risulta (quasi) sconosciuta ma il ‘caso’ di Bob Cheevers è particolare e degno di essere conosciuto. Per ben 50 (!!) anni Bob ha composto musica, circa tremila canzoni, e ha ‘viaggiato’ attraverso pop, rock, jazz, rhythm’n’blues e country con bravura ed intelligenza, mai però sfondando al di fuori dei confini di una notorietà limitata ad un profondo rispetto da parte dei suoi colleghi. Dagli anni formativi di Memphis dove ha praticato e assorbito i suoni del profondo sud a quelli californiani al sole di Los Angeles, dalle inevitabili ‘sirene’ di Nashville dove ogni autore è attratto da un’industria proverbialmente eccezionale a questi ultimi periodi in quel di Austin dove, dal 2009, ha ritrovato stimoli e, a mio parere, ha inciso le sue cose migliori. Proprio nella capitale texana Bob Cheevers ha espresso tutto il suo grande talento, ha focalizzato un ‘songbook’ ora maturo e profondo e ha inciso dischi dal notevole gusto melodico, con un sound decisamente più roots in cui la voce, altra curiosa caratteristica del nostro, ha assunto sfumature e pathos eccellenti, ricordando sempre di più quella di Willie Nelson. Da “Fiona’s World” a “Tall Texas Tales”, dallo splendido doppio “Smoke & Mirrors” all’altrettanto riuscito “On Earth As It Is In Austin”, Bob Cheevers si è posto come uno dei migliori nomi della ‘Live Music Capital Of The World” così come è chiamata la capitale texana. Ora “Fifty Years” rappresenta la vera summa della sua carriera, celebrando attraverso cinque cd e più di ottanta canzoni le molteplici facce della sua storia musicale. Naturalmente i lettori di Planet Country saranno più attratti dall’ultimo Bob Cheevers, quello perfettamente a proprio agio tra i suoni country, folk e anche western ma troveranno piacevolissima anche la sua visione di pop e soul, sempre onesta e genuina. Segnalo, giusto per la cronaca, visto che recensisco l’album attraverso un ‘sampler’ chiaramente ridotto ma con tutti i crismi della completezza, l’affascinante e autobiografica “Fifty Years”, vero manifesto della sua carriera, l’eccellente “My Guitar, The Man In The Moon And My Heart” altro esempio di classe compositiva, “Is It Ever Gonna Rain” splendida melodia che nuovamente lo avvicina a Willie Nelson,”Texas Is An Only Child” ruvida e blues con una bella slide mentre “Popsicle Man” racconta ricordi ‘southern’ così come “Old Soul” con le sue ottime chitarre acustiche. “Island In Paradise” è invece più pop, con limpide inflessioni caraibiche e una melodia che emerge nitida nonostante un arrangiamento tipicamente ‘anni ‘80’, “Lime On The Rim” è soffusa e notturna con i suoi ritmi ‘jazzy’, con “In The Early Stages” che la segue a ruota con ispirazioni simili. Disco magari un po’ impegnativo per la mole ma consigliato, così come (magari per cominciare) uno dei titoli citati in precedenza.(Remo Ricaldone)

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PLANETCOUNTRY’S music charts September 30 2017

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1) Luke Combs One Number Away
2) Thomas Rhett – Life Changes
3) Kip Moore Bittersweet Company
4) Midland Drinkin’ Problem
5) Chris Young Losing Sleep
6) Dustin Lynch-Small Town Boy
7) Thomas Rhett & Maren Morris-Craving You
8) Brett Young-In Case You Didn’t Know
9) Dylan Scott-My Girl
10) Chris Janson Fix a Drink
11) Rachel Stacy-Boomerang
12) Luke Combs-Hurricane
13) Brett Eldredge Somethin’ I’m Good At
14) Old Dominion-No Such Thing As A Broken Heart
15) Shania Twain Soldier
16) Sam Hunt-Body Like A Back Road
17) Billy Currington-Do I Make You Wanna
18) Kane Brown & Lauren Alaina-What If s
19) Toby Keith Call a Marine
20) Jason Aldean They Don’t Know

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DON WILLIAMS – “So Long, Gentle Giant” (1939-2017)

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Il suo primo amore è stato il folk, quella che gli ha dato notorietà e gli ha riservato un posto nella storia della musica americana è stata la country music. Texano di Floydada, Don Williams ha sempre rappresentato il lato più romantico e poetico dell’universo country, così come il suo carattere schivo, timido e gentile e la sua calda tonalità vocale lo ricorderà giustamente come il ‘Gentle Giant’, colui che ha esercitato fascino e guadagnato rispetto nei confronti, trasversalmente, di colleghi dell’ambito country ma anche rock e pop. Ci ha lasciati all’età di settantotto anni in punta di piedi, così come aveva vissuto questi anni, con momenti di notorietà come nel 2010 quando era stato inserito nella Country Music Hall Of Fame, riconoscimento legittimo per le molte stagioni (specialmente tra gli anni settanta e i primi ottanta) in cui le sue canzoni hanno affascinato pubblico e musicisti collocandolo tra i grandi del genere country. Da tanto era lontano dalle charts e solo un pubblico ‘adulto’ lo ricordava per classici come “You’re My Best Friend” (1975), “I Recall A Gypsy Woman” che fu un grandissimo successo in Gran Bretagna dove fu molto più noto che in patria, “Some Broken Hearts Never Mend”, “Tulsa Time” del 1978 scritta con Danny Flowers che fu un hit per Eric Clapton e in seguito incisa anche da Reba McEntire e Jason Boland e “I Believe In You” che gli valse nel 1981 un Country Music Award. Il suo nome verrà ricollegato a quella stagione in cui country music, reminiscenze folk e gusto pop furono al centro dell’attenzione degli appassionati e regalarono canzoni e sensazioni indimenticabili. So long, Don….(Remo Ricaldone)

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