John Anderson, vecchio leone della country music, continua la sua discografia affidandosi di volta in volta a produzioni indipendenti che confermano una grande voglia di fare musica e un amore indistruttibile per i suoni roots. “Bigger Hands” è disco di valore, cantato con voce sempre calda ed ispirata e prodotto in compagnia di un grande come James Stroud, uno dei producer artefici della rinascita della country music negli anni a cavallo tra gli ottanta e i novanta.
La vena compositiva del cantante della Florida è piacevole e la collaborazione con nomi come Shawn Camp, John Rich, Dean Dillon e Billy Joe Walker tra gli altri, non fa che nobilitare un disco che magari non aggiungerà nulla di nuovo per chi lo conosce già ma potrà far riscoprire ai neofiti un musicista da non sottovalutare. Già con l’apertura affidata a “How Can I Be So Thirsty”, una trascinante ‘drinkin’ song’ ricca di humor, possiamo apprezzare lo stato di forma del nostro, egualmente a proprio agio tra ballate e midtempo. Scegliendo dal mazzo delle ballads proposte, un posto d’onore spetta a “The Greatest Story Never Told”, alla classica “What Used To Turn Me On” (con tanta steel), a “Fade Out” con i suoi profumi sudisti, accorate ed emozionanti. “Shuttin’ Detroit Down” è uno dei gioielli di questo nuovo album di John Anderson, apparsa anche nel disco del suo co-autore John Rich, una profonda riflessione sulla crisi e sulla recessione viste da chi ne ha più sofferto le conseguenze: l’hard working man. “Cold Coffee And Hot Beer” è un honky-tonk con venature bluesy assolutamente godibile, “Bar Room Country” è robusta e magistralmente interpretata mentre “Shorty’s Long Gone” ha un attacco che rimanda quasi agli Stones. Chiude il disco la title-track, degno suggello per un disco accattivante e sincero.